lunedì 2 settembre 2013

LONG TIME COMIN'


Credi in Dio?

Fracassarsi un mignolo contro uno spigolo inciampando sui vestiti lasciati a terra la notte prima fa così domenica mattina.
E pensare a quanto mi manca il mare, ai 38° che c'erano a casa mia, alle zanzare grandi come giaguari, ai pranzi in giardino, all'ombra di quella magnolia che mi ricorda mia nonna.
Guidare lungo, guidare veloce, rompendo la notte con quella scatoletta rossa con le ruote.

Non ti sembra di non essere ancora nato mentre stai con la testa sott'acqua?

I capelli bagnati, neri, al centro della schiena come un tronco al centro della terra, mentre il sole annega alla fine del mare e le barche si avvicinano alla scogliera, cercando un attracco vicino a riva dove cenare in santa pace. Nuotare verso l'orizzonte poco prima che il giorno si sciolga, sola col rumore delle onde e il respiro che si fa denso. I vestiti stropicciati intrisi di salsedine, e la luna appena sveglia, eppure già bellissima.

Hai mai pensato a quanto tempo passiamo a fare e pensare a cose che, alla fine, non hanno poi molta importanza alla fine di una giornata?

Il pesce appena pescato, fritto e poi mangiato con le mani, con una boccia di bianco a fare da mediatore tra il pensiero e le emozioni. La musica in sottofondo, e tutta questa gente che balla insieme, in mezzo ad una piazza, senza vergogna alcuna. Saltare, bere, cantare e cercare di mantenere l'equilibrio, ebbra di mare, di sole, di cose belle che non hanno nome ma stanno lì in fondo alla pancia, in mezzo al vino e al pesce fritto.
Sono così diversa da chi sono stata, e tu sei così diverso da chiunque abbia mai conosciuto.

I bambini sono creature straordinarie, a qualsiasi latitudine. Senza parlare, senza conoscersi, con le bolle di sapone spinte dal vento, e questa piccola ninfa dei Balcani che prova a prenderle mentre ride con il vento addosso e il mare nel sangue. E tutte quelle stelle, Cristo.

Hai visto quante sono le stelle in cielo?

Non mi manca niente. Gli alberi intorno, il cielo sopra e la terra sotto. Cosa può mancare, ad un uomo, quando tutto ciò di cui è fatto è tutt'intorno, di una bellezza così semplice, violenta, intensa?
Vorrei dire niente, vita natural durante, niente.
E invece quando l'uomo si è alzato su due zampe, spinto dalla tensione al miglioramento, al superamento, è stato il momento in cui ha iniziato a porre intermediari tra sè e la natura, a costruire, insieme agli utensili dei primordi, piccoli compromessi, surrogati, artifici, che hanno finito per diventare nuove mani, nuovi piedi, nuovi corpi.
Eppure, sotto la crosta di quei duemila anni di abitudini mutuate, evolute, contaminate dalle circostanze, si sente ancora l'animale che respira insieme all'universo. I piedi scalzi, i corpi nudi, neanche l'ombra di un tetto sopra la testa, ed è fatta, la sensazione migliore possibilmente sperimentabile da un uomo è a un paio di scarpe di distanza, due stracci e qualche metro quadrato di cemento.

Mi piacciono le parole, i libri, tutte le cose che possono contenere; mi piace avvolgere una sciarpa attorno al collo quando fa freddo, cucinare mentre la notte si mangia tutto là fuori, mettere un velo di rossetto rosso prima di uscire di casa. Mi piace parlare delle dinamiche sociali di cui siamo schiavi e fautori, di quello che vorrei fare con questa testa e queste mani, dei posti in cui vorrei andare con questi piedi vestiti di scarpe e calzini; mi piace pensare a quanto sia incredibile che l'uomo sia riuscito ad inventarsi dei grugniti, poi delle parole, poi delle frasi, e infine una lingua che avesse un senso universalmente riconosciuto da parte di un congruo numero di persone; mi piace camminare su due zampe e averne due libere per fare altre cose; mi piace studiare, conoscere, sapere che qualcuno un giorno, si è svegliato ed ha sentito l'esigenza di inventare il cricket, l'orologio e lo spremiagrumi.


Lo sapevi che passiamo l'80% della nostra vita al chiuso?

Andare al mare, in un bosco, ovunque non ci sia nulla di costruito; spogliarsi di ogni cosa e stare in silenzio.
Questo mi voglio ricordare.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Leggere le tue parole mi fa sentire a casa. Mi dai l'idea di una storia raccontata vicino al fuoco. Mi dai l'idea di una pupilla dilatata dalla gioia. Della sabbia in una clessidra che scende. Ma scende piano. Con dolcezza. Senza far rumore. Ma consuma il mondo intero. Mi dai l'idea degli ultimi giorni d'estate. Di una polaroid sbiadita e di un orologio a molla caricato nell'epoca del digitale. Di una lettera spedita nell'era di facebook. Mi dai l'idea di una bolla di sapone che vola in alto, di un'emozione espressa nel modo giusto. Mi dai l'idea di qualcosa fatto con calma, di un cuore che batte forte. Mi dai l'idea di un biglietto scritto una vita fa, di un libro con appunti ai margini, di un regalo fatto un giorno a caso da una persona che conosci appena. Mi dai l'idea di giustizia divina, di un mondo un po' meno superficiale, di una nuova speranza, del coraggio misto al panico, della felicità che arriva. Ma arriva piano. Con dolcezza. Senza far rumore. E consuma il dolore e le lacrime.
Mi dai l'idea di un futuro migliore.
tsniagA.

miwako ha detto...

Non so neppure cosa dire.
Le tue parole, le mie prima, e quello che potrebbe uscire se le mescolassimo insieme, in un colpo solo, in un corpo solo.
La felicità che arriva piano, a consumare il mondo intero, le cose fatte con calma, col cuore che batte forte.
Pensare che tu, chiunque tu sia, dopo avermi letta abbia sentito uscirti queste cose dalla testa e dalle dita è oltre qualunque complimento.

Perché le parole sono ciò, al mondo, di cui consta la mia ricchezza. Mi scivolano dalle caviglie, dalle dita, giù in discesa fino a una biro o, come in questo caso, ad una tastiera. E di là qualcuno le raccoglie, come conchiglie, se le tiene strette per un po', le trasforma e ne libera altre, bellissime.

Grazie. Davvero.